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GROTTE DI SU MANNAU

Casella di testo: La Leggenda di Su Mannau

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IL RAMO TURISTICO

In allestimento

 

 

 

Come ogni bella favola che si rispetti, comincia con ....C’era una volta.

 C’era una volta un Vecchio Saggio . Egli, si diceva, avesse molti più anni della stessa montagna in cui viveva. La sua barba era bianca e lunga  e tante e fitte erano le rughe del suo volto che sembrava fosse fatta di corteccia d’albero. Passava le sue giornate a passeggiare per il bosco di cui conosceva ogni angolo. Raramente lo si riusciva a vedere e spesso, scompariva per lungo tempo. Qualche volta si pensò che fosse addirittura morto, ma poi riappariva, quasi all’improvviso spuntando da dietro un albero o lo si vedeva seduto nella sua roccia preferita.  

Chi fosse e da dove venisse nessuno lo sapeva e tante storie erano state raccontate su di Lui, false o vere non si sa, ma esse ebbero l’effetto di rendere quel vecchio ancora più  misterioso. Nessuno conosceva nemmeno il suo nome, ma per tutti oramai era il Vecchio Babay in segno di riverenza e rispetto. Abitava  una capanna vicino ad una vecchissima quercia, e questa, con  i suoi rami contorti ne proteggeva e celava alla vista dei viandanti  quel luogo divenuto quasi sacro. Egli raramente parlava con la gente, ma le poche volte che scambiava qualche parola esse erano imperniate di cortesia e di dolcezza, mentre un’aureola di sapienza quasi risplendeva attorno alla sua figura.

 Non veniva mai al villaggio, nessuno lo aveva mai visto aggirarsi fra le capanne, ma la gente lo amava e spesso gli portava piccoli doni, i cacciatori qualche lepre o pernice e le donne del buon pane caldo, mentre i bimbi amavano ascoltare le sue storie.  Sì, Lui parlava volentieri con i bimbi.

Un giorno di tanti anni fa anch’io per caso mi fermai vicino all’immenso albero. Scrutavo fra i rami nella speranza di vederlo e osai persino avvicinarmi alla porta ma nessun rumore mi rivelò la sua presenza. Solo il fruscio lieve del vento carezzava le foglie che si divertivano a giocare con i raggi di sole, bagnate dalla pioggia caduta la notte precedente.

 Quasi sconsolato e deluso raccolsi il mio arco e feci per andare via e girandomi cozzai improvvisamente contro la sua imponente figura. Spaventato quasi urlai e lui sorrise divertito. Era la prima volta che lo vedevo sorridere. Era la prima volta che lo vedevo. Avevo  13 anni. Sereno, mi raccolse l’arco e le frecce che mi erano cascate e dentro di me allo spavento subentrò la rabbia per essermi lasciato sorprendere. Un cacciatore non deve mai lasciarsi sorprendere! Gridai in silenzio a me stesso. Lui aveva capito il mio stato d’animo e mi mise la mano sulla spalla, poi mi invitò a sedermi sotto l’immensa quercia e offrendomi dell’acqua mi chiese il mio nome.

 Io, risposi prontamente.

 Allora Lui mi disse: - Ora ti racconterò una vecchia storia che quasi era scomparsa dalla mia vecchia testa  e che proprio oggi è riaffiorata dopo tanto tempo. Sai questa non l’ho mai raccontata a nessuno poiché se lo avessi fatto, probabilmente mi avrebbero preso per matto. - Disse ridendo e mettendo  in evidenza quei radi denti che si nascondevano sotto la sua bella e folta barba.

 Me la raccontò  un vecchio che abitò questi luoghi prima di me – continuò Babay – e mi donò anche un disegno che è l’ubicazione di una valle sconosciuta che io non sono riuscito  mai a trovare – sottolineò togliendo da sotto la sua tunica un pezzo di cuoio sbiadito e pieghettato. Riportava sommariamente catene montuose e nomi strani, in una lingua a me sconosciuta . C’era segnato un piccolo fiume e una grotta e indicava perfino un villaggio Flumen major che non avevo mai sentito nominare.

Intanto il vecchio Babay aggiunse : - La storia non credo abbia  un titolo, e se pure lo aveva da tempo era stato dimenticato. Probabilmente lo stesso racconto è frutto di antiche credenze e sciocche fantasie. I luoghi dove essa si svolse sono quasi sicuramente immaginari ed il tempo in cui avvenne  era tanto, tanto tempo fa.

Donandomi la mappa cominciò a raccontare......  

    ra il tempo quando su questa terra ancora non era arrivato l’uomo e i boschi erano così grandi e folti che persino la luce del sole non riusciva a penetrarne le folte e imponenti chiome.

Grandi cervi e imponenti mufloni erano i principi delle alte guglie calcaree che svettavano fuori dall’intricata selva in cerca dei raggi del sole e nelle valli il cinghiale regnava incontrastato rivoltando l’humus fumante dove abbondavano ghiande e radici. Lì scorrevano allegri ruscelli d’acqua sorgiva. L’assordante rumore di migliaia di coloratissimi uccelli riempivano l’aria di canti festosi e là sotto persino il rigido inverno ne veniva mitigato. Verdeggianti valli degradavano dolcemente verso il mare fra cannetti e paludi dove un imponente fiume dopo aver raccolto decine di piccoli ruscelli, gonfio d’acqua e stanco si gettava nel grande mare . Nelle assolate spiagge era facile osservare numerose e schiamazzanti foche monache che, solo all’arrivo dell’imponente aquila fuggivano rifugiandosi nelle grotte marine che si affacciavano numerose dalle ripide scogliere.

 In questa valle immaginaria  regnava la pace. Solo una montagna era sempre immersa nella nebbia e nessuno aveva mai osato salirvi, neppure gli animali del bosco. Durante le notti d’estate una strana luce rossastra brillava sull’altipiano, ma la nebbia era perenne e fitta e nulla trapelava, solo un rosso e inquietante bagliore. Una nebbia avvolgeva tutto, malefica,giacché anche gli alberi che la lambivano erano contorti e rinsecchiti come artigli d’avvoltoio.

 Là abitava Su Estiu: la Grande Bestia.

La montagna su cui risiedeva era alta e imponente e le  pareti calcaree erano ritte e impenetrabili e prima di perdersi nella nebbia perenne sfumavano in un  rossastro colore  forse intrise del sangue delle vittime del terribile Animale. L’antico Uomo che poi più tardi arrivò, l’aveva denominata Corona Arrubia che significa : La Rossa Corona. La Grande Bestia dalle mostruose sembianze era sempre di cattivo umore.  Celava fra le sue fumanti fauci oro e argento estratti dal ventre profondo della montagna di cui egli era il Signore e Padrone incontrastato e lo preservava avido.

 Il suo cattivo umore pare fosse dovuto alla solitudine. Infatti egli era l’ultimo di una grande stirpe di Bestie che da immemore tempo avevano regnato nel mondo. Ora anche Lui volgeva al declino e ad ogni stagione trascorsa egli diventava più cattivo. Sempre più spesso nelle valli si sentiva il suo grugnito e tutti gli animali zittivano terrorizzati e il silenzio calava nel suo regno. Egli stesso aveva costruito, con le sue imponenti zampe il recinto all’interno di cui Egli abitava in vetta alla montagna e solo un unico accesso era stato modellato per accedervi.

 Una sera d’estate però la Grande Luna che da tempo lo osservava ne ebbe compassione e nella speranza di instillare o di risvegliare  nel suo arido cuore una goccia di gioia le inviò un figlio. La Luna, affinché La Bestia lo accettasse pensò di farlo brutto, ma lo fornì di un grande cuore affinché tale bontà potesse risvegliare il sentimento d’amore e di gioia che Ella sperava fosse ancora presente nell’arido cuore. Al figlio le fu dato il nome di Mannau : Grandioso .

La Bestia ne fu ben felice di quell’inatteso dono e lo accettò ben volentieri.  Egli vide nel giovane Mannau la possibilità di proseguire la Sua dinastia e lo istruì insegnandoli le doti del  Comando attraverso il Terrore, lo istruì a non avere pietà facendogli assaporare il gusto ed il piacere nel trasmettere agli esseri inferiori suoi sudditi la paura e l’ orrore affinché ne fossero assoggettati.

In quel lontano tempo era venuto a stabilirsi in quella valle uno strano nuovo animale  che viveva in piccoli branchi e che camminava su due zampe e conosceva il modo di accendere e controllare il fuoco.

Più volte l’animale che camminava eretto aveva tentato di scalare l’alta montagna del suo regno ma la Grande Bestia  lo aveva prontamente scacciato e spesso divorato. L’ uomo cacciava in gruppo e costruiva rifugi circolari fatti di pietra. Anch’egli adorava il sole e la luna, proprio come suo figlio Mannau. La Bestia più volte assalì l’uomo e tentò di scacciarlo dalla valle, ma egli tornava più numeroso e intraprendente. Spesso la Bestia assaliva il villaggio creando morte e distruzione e questo lo faceva sentire grande e potente.

 Tutto ciò cercava di trasmetterlo al figlio. Ma il cuore di Mannau era buono e di fronte al tanto dolore che il Padre seminava con sublime piacere egli si ribellò.

-         Padre ! – disse : - Non è bene ciò che fai e ciò che tu mi insegni. Noi  incutiamo  paura e tutti ti rispettano  solo per questo e non per l’amore che dovresti dimostrare ai tuoi sudditi.

La Bestia rise in modo sarcastico e ribatté:- Noi, figlio, siamo la razza eletta e solo con il terrore puoi controllare coloro che altrimenti avrebbero già invaso il nostro territorio e sicuramente tanti hanno fomentato la nostra fine! La pietà è debole e porta presto alla rovina!

La Bestia dapprima tentò di sottometterlo con la forza e costruì un’altro recinto al di sotto del suo nella speranza che il digiuno e la solitudine lo rendessero mansueto e ubbidiente ai voleri del padre. Mannau però fece amicizia con gli uccelli e con gli alberi e marmotte e cinghiali si rifugiavano nel suo recinto. La Luna intanto stava a guardare. Mannau amava più di ogni cosa la Luna. E quando la sera Lei si innalzava alta nel cielo, la nebbia si diradava sopra di Lui e i suoi raggi lo scaldavano e lo accarezzavano.

 Una notte di plenilunio di tarda estate,la cattiva Bestia spiandolo di nascosto, lo trovò mentre rivolgendosi alla Luna la supplicava dicendo :- Apri il duro cuore di mio padre e fa che egli assapori la grandezza dell’amore per gli altri.

Un urlo disumano e terribile squarciò il silenzio della notte e sbuffando e innalzandosi imponente prese  Mannau con gli artigli e sollevandolo decise di gettarlo dalla grande rupe.

Ma un briciolo forse di pietà aveva  fatto breccia nel duro cuore della Bestia e guardandolo con disprezzo e rinnegandolo decise di scacciarlo dal suo regno.

Gli artigli ferirono gravemente Mannau e il sangue sgorgò copioso bagnando le rocce del recinto.

-         Da ora non sarai più temuto e la gente ti disprezzerà per la tua bruttezza.-

Il giorno dopo prese Mannau e lo condusse giù dalla montagna e voltandogli le spalle lo abbandonò in mezzo alla selva.

La Bestia tornò a chiudersi in se stesso in compagnia del suo odio per tutti gli esseri viventi. La nebbia lo avvolse ancora più fittamente e i raggi della Luna che raramente filtravano fecero crescere là dove il sangue di Mannau aveva bagnato le rocce, stupendi fiori color porpora e uno più bello di tutti crebbe al centro del grande recinto.

La Bestia, per quanto tentasse di calpestarlo e di strapparlo via,  vedeva che ad ogni plenilunio esso rinasceva fra le aspre rocce quale segno indelebile dell’amore di suo figlio.

Intanto Mannau triste, vagò nel bosco per lungo tempo e solo gli animali gli erano vicini.

Raramente incontrava l’uomo e questi quando lo vedeva fuggiva terrorizzato dalla sua bruttezza.

Spesso fu anche cacciato dall’uomo che vedeva in Lui  il male .

Un giorno, osservò nascostamente l’uomo che erigeva una strana costruzione con pietre circolari dove altri anticamente avevano a loro volta costruito luoghi sacri ai loro dei e numerosi si recavano ad elevare le loro preghiere. Ai piedi dell’alta montagne intanto, uomini in catene scavavano la dura roccia per estrarre le pietre per erigere il tempio mentre altri portavano fuori briciole di roccia brillante, proprio come quella che abbondava nell’altipiano  dove abitava suo padre.

Mentre assorto nei  pensieri scrutava la valle del tempio improvvisamente, come dal nulla centinaia di uomini gli furono attorno e con lunghi bastoni appuntiti lo circondarono. Lui urlò e si dimenò, ma erano tanti e organizzati ed alla fine lunghe e forti catene lo legarono saldamente. Era prigioniero. Avrebbero potuto ucciderlo, ma avevano paura della terribile Bestia sulla montagna e temendone l’ira decisero di imprigionarlo. Non avevano però un recinto così grande e sicuro e costruirlo sarebbe occorso  troppo tempo e lavoro. Si decise quindi di chiuderlo in una grotta buia e profonda affinché gli occhi degli uomini non avessero potuto più vederlo e così fu.

 Nella valle adiacente il tempio vi era una grande grotta, buia e profonda dove nessuno si era mai avventurato oltre la prima sala. Mannau fu condotto all’interno e calato in un pozzo nero e profondo e abbandonato.

Gli uomini liberatisi di tanta bruttezza  furono felici a tal punto che cantarono e ballarono per giorni interi.

Dall’alto del cielo, intanto la Bella Luna osservava.

Mannau nel buio profondo pianse per tanta ingiustizia.  Scacciato dal padre e ripudiato dagli uomini. Ma sopratutto abbandonato dalla  sua Luna.

Ma la Luna non lo aveva abbandonato.

 Ella, una sera inviò sulla montagna, dove si apriva la grotta una pioggia di polvere d’oro che, infilandosi negli anfratti più riposti e profondi si fece trasportare dall’acqua e poi come per incanto arrivò dentro la cavità. Lentamente ricoprì le nere concrezioni e il fango  facendole rilucere e riflettere di miliardi di minuti cristalli che come brillanti della più pura specie cominciarono a emettere la propria luce.

Bianche cascate di pietra addobbarono le scure pareti e festoni e baldacchini contribuirono a trasformare quel tetro luogo in un mondo fantastico. Lunghi e imponenti drappeggi ricamati di prezioso trine ornarono le oscure volte  e dal basso imponenti colonne lentamente si sollevarono  come potenti  guardiani.

 Mannau era stordito da tanta luce e da tanta bellezza. Capì che era stata la sua Luna a inviargli questo dono e felice di tanto amore e di tanta magnificenza versò lacrime di gioia. Un pianto da troppo tempo represso, che si era accumulato in mille e mille anni di tristezza e sofferenza per lui e per gli esseri che per colpa del suo cattivo padre essi avevano sofferto.

 Fu un pianto liberatorio, puro. Finalmente Mannau si sentii amato e corrisposto dalla sua incantevole Luna.

 Le sue lacrime di gioia furono così numerose che crearono un immenso lago che tracimando cominciò a scorrere dando vita ad  un grande fiume e alla base della montagna sgorgò all’esterno dando origine una grande sorgente d’acqua pura e cristallina.

 L’uomo  vide il miracolo e capì di avere sbagliato.

Si recarono con tante fiaccole nella grotta per liberare Mannau, ma egli pur perdonandogli, decise di restare in quel mondo così meraviglioso addobbato per lui dalla sua Luna e così scomparve, per sempre, nelle profondità della grotta.

 Ancora oggi, a distanza di mille anni, egli è il padrone assoluto di quei luoghi e nulla potrà mai convincerlo a tornare fuori da quel mondo e si aggira silenzioso godendo di spettacoli unici e irripetibili che mai sguardo umano potrà ammirare.

 

FINE

                                                                                                        By U.S.

La mappa segreta

 

 

 

Come ogni bella favola che si rispetti, comincia con ....C’era una volta.

 C’era una volta un Vecchio Saggio . Egli, si diceva, avesse molti più anni della stessa montagna in cui viveva. La sua barba era bianca e lunga  e tante e fitte erano le rughe del suo volto che sembrava fosse fatta di corteccia d’albero. Passava le sue giornate a passeggiare per il bosco di cui conosceva ogni angolo. Raramente lo si riusciva a vedere e spesso, scompariva per lungo tempo. Qualche volta si pensò che fosse addirittura morto, ma poi riappariva, quasi all’improvviso spuntando da dietro un albero o lo si vedeva seduto nella sua roccia preferita.  

Chi fosse e da dove venisse nessuno lo sapeva e tante storie erano state raccontate su di Lui, false o vere non si sa, ma esse ebbero l’effetto di rendere quel vecchio ancora più  misterioso. Nessuno conosceva nemmeno il suo nome, ma per tutti oramai era il Vecchio Babay in segno di riverenza e rispetto. Abitava  una capanna vicino ad una vecchissima quercia, e questa, con  i suoi rami contorti ne proteggeva e celava alla vista dei viandanti  quel luogo divenuto quasi sacro. Egli raramente parlava con la gente, ma le poche volte che scambiava qualche parola esse erano imperniate di cortesia e di dolcezza, mentre un’aureola di sapienza quasi risplendeva attorno alla sua figura.

 Non veniva mai al villaggio, nessuno lo aveva mai visto aggirarsi fra le capanne, ma la gente lo amava e spesso gli portava piccoli doni, i cacciatori qualche lepre o pernice e le donne del buon pane caldo, mentre i bimbi amavano ascoltare le sue storie.  Sì, Lui parlava volentieri con i bimbi.

Un giorno di tanti anni fa anch’io per caso mi fermai vicino all’immenso albero. Scrutavo fra i rami nella speranza di vederlo e osai persino avvicinarmi alla porta ma nessun rumore mi rivelò la sua presenza. Solo il fruscio lieve del vento carezzava le foglie che si divertivano a giocare con i raggi di sole, bagnate dalla pioggia caduta la notte precedente.

 Quasi sconsolato e deluso raccolsi il mio arco e feci per andare via e girandomi cozzai improvvisamente contro la sua imponente figura. Spaventato quasi urlai e lui sorrise divertito. Era la prima volta che lo vedevo sorridere. Era la prima volta che lo vedevo. Avevo  13 anni. Sereno, mi raccolse l’arco e le frecce che mi erano cascate e dentro di me allo spavento subentrò la rabbia per essermi lasciato sorprendere. Un cacciatore non deve mai lasciarsi sorprendere! Gridai in silenzio a me stesso. Lui aveva capito il mio stato d’animo e mi mise la mano sulla spalla, poi mi invitò a sedermi sotto l’immensa quercia e offrendomi dell’acqua mi chiese il mio nome.

 Io, risposi prontamente.

 Allora Lui mi disse: - Ora ti racconterò una vecchia storia che quasi era scomparsa dalla mia vecchia testa  e che proprio oggi è riaffiorata dopo tanto tempo. Sai questa non l’ho mai raccontata a nessuno poiché se lo avessi fatto, probabilmente mi avrebbero preso per matto. - Disse ridendo e mettendo  in evidenza quei radi denti che si nascondevano sotto la sua bella e folta barba.

 Me la raccontò  un vecchio che abitò questi luoghi prima di me – continuò Babay – e mi donò anche un disegno che è l’ubicazione di una valle sconosciuta che io non sono riuscito  mai a trovare – sottolineò togliendo da sotto la sua tunica un pezzo di cuoio sbiadito e pieghettato. Riportava sommariamente catene montuose e nomi strani, in una lingua a me sconosciuta . C’era segnato un piccolo fiume e una grotta e indicava perfino un villaggio Flumen major che non avevo mai sentito nominare.

Intanto il vecchio Babay aggiunse : - La storia non credo abbia  un titolo, e se pure lo aveva da tempo era stato dimenticato. Probabilmente lo stesso racconto è frutto di antiche credenze e sciocche fantasie. I luoghi dove essa si svolse sono quasi sicuramente immaginari ed il tempo in cui avvenne  era tanto, tanto tempo fa.

Donandomi la mappa cominciò a raccontare......  

    ra il tempo quando su questa terra ancora non era arrivato l’uomo e i boschi erano così grandi e folti che persino la luce del sole non riusciva a penetrarne le folte e imponenti chiome.

Grandi cervi e imponenti mufloni erano i principi delle alte guglie calcaree che svettavano fuori dall’intricata selva in cerca dei raggi del sole e nelle valli il cinghiale regnava incontrastato rivoltando l’humus fumante dove abbondavano ghiande e radici. Lì scorrevano allegri ruscelli d’acqua sorgiva. L’assordante rumore di migliaia di coloratissimi uccelli riempivano l’aria di canti festosi e là sotto persino il rigido inverno ne veniva mitigato. Verdeggianti valli degradavano dolcemente verso il mare fra cannetti e paludi dove un imponente fiume dopo aver raccolto decine di piccoli ruscelli, gonfio d’acqua e stanco si gettava nel grande mare . Nelle assolate spiagge era facile osservare numerose e schiamazzanti foche monache che, solo all’arrivo dell’imponente aquila fuggivano rifugiandosi nelle grotte marine che si affacciavano numerose dalle ripide scogliere.

 In questa valle immaginaria  regnava la pace. Solo una montagna era sempre immersa nella nebbia e nessuno aveva mai osato salirvi, neppure gli animali del bosco. Durante le notti d’estate una strana luce rossastra brillava sull’altipiano, ma la nebbia era perenne e fitta e nulla trapelava, solo un rosso e inquietante bagliore. Una nebbia avvolgeva tutto, malefica,giacché anche gli alberi che la lambivano erano contorti e rinsecchiti come artigli d’avvoltoio.

 Là abitava Su Estiu: la Grande Bestia.

La montagna su cui risiedeva era alta e imponente e le  pareti calcaree erano ritte e impenetrabili e prima di perdersi nella nebbia perenne sfumavano in un  rossastro colore  forse intrise del sangue delle vittime del terribile Animale. L’antico Uomo che poi più tardi arrivò, l’aveva denominata Corona Arrubia che significa : La Rossa Corona. La Grande Bestia dalle mostruose sembianze era sempre di cattivo umore.  Celava fra le sue fumanti fauci oro e argento estratti dal ventre profondo della montagna di cui egli era il Signore e Padrone incontrastato e lo preservava avido.

 Il suo cattivo umore pare fosse dovuto alla solitudine. Infatti egli era l’ultimo di una grande stirpe di Bestie che da immemore tempo avevano regnato nel mondo. Ora anche Lui volgeva al declino e ad ogni stagione trascorsa egli diventava più cattivo. Sempre più spesso nelle valli si sentiva il suo grugnito e tutti gli animali zittivano terrorizzati e il silenzio calava nel suo regno. Egli stesso aveva costruito, con le sue imponenti zampe il recinto all’interno di cui Egli abitava in vetta alla montagna e solo un unico accesso era stato modellato per accedervi.

 Una sera d’estate però la Grande Luna che da tempo lo osservava ne ebbe compassione e nella speranza di instillare o di risvegliare  nel suo arido cuore una goccia di gioia le inviò un figlio. La Luna, affinché La Bestia lo accettasse pensò di farlo brutto, ma lo fornì di un grande cuore affinché tale bontà potesse risvegliare il sentimento d’amore e di gioia che Ella sperava fosse ancora presente nell’arido cuore. Al figlio le fu dato il nome di Mannau : Grandioso .

La Bestia ne fu ben felice di quell’inatteso dono e lo accettò ben volentieri.  Egli vide nel giovane Mannau la possibilità di proseguire la Sua dinastia e lo istruì insegnandoli le doti del  Comando attraverso il Terrore, lo istruì a non avere pietà facendogli assaporare il gusto ed il piacere nel trasmettere agli esseri inferiori suoi sudditi la paura e l’ orrore affinché ne fossero assoggettati.

In quel lontano tempo era venuto a stabilirsi in quella valle uno strano nuovo animale  che viveva in piccoli branchi e che camminava su due zampe e conosceva il modo di accendere e controllare il fuoco.

Più volte l’animale che camminava eretto aveva tentato di scalare l’alta montagna del suo regno ma la Grande Bestia  lo aveva prontamente scacciato e spesso divorato. L’ uomo cacciava in gruppo e costruiva rifugi circolari fatti di pietra. Anch’egli adorava il sole e la luna, proprio come suo figlio Mannau. La Bestia più volte assalì l’uomo e tentò di scacciarlo dalla valle, ma egli tornava più numeroso e intraprendente. Spesso la Bestia assaliva il villaggio creando morte e distruzione e questo lo faceva sentire grande e potente.

 Tutto ciò cercava di trasmetterlo al figlio. Ma il cuore di Mannau era buono e di fronte al tanto dolore che il Padre seminava con sublime piacere egli si ribellò.

-         Padre ! – disse : - Non è bene ciò che fai e ciò che tu mi insegni. Noi  incutiamo  paura e tutti ti rispettano  solo per questo e non per l’amore che dovresti dimostrare ai tuoi sudditi.

La Bestia rise in modo sarcastico e ribatté:- Noi, figlio, siamo la razza eletta e solo con il terrore puoi controllare coloro che altrimenti avrebbero già invaso il nostro territorio e sicuramente tanti hanno fomentato la nostra fine! La pietà è debole e porta presto alla rovina!

La Bestia dapprima tentò di sottometterlo con la forza e costruì un’altro recinto al di sotto del suo nella speranza che il digiuno e la solitudine lo rendessero mansueto e ubbidiente ai voleri del padre. Mannau però fece amicizia con gli uccelli e con gli alberi e marmotte e cinghiali si rifugiavano nel suo recinto. La Luna intanto stava a guardare. Mannau amava più di ogni cosa la Luna. E quando la sera Lei si innalzava alta nel cielo, la nebbia si diradava sopra di Lui e i suoi raggi lo scaldavano e lo accarezzavano.

 Una notte di plenilunio di tarda estate,la cattiva Bestia spiandolo di nascosto, lo trovò mentre rivolgendosi alla Luna la supplicava dicendo :- Apri il duro cuore di mio padre e fa che egli assapori la grandezza dell’amore per gli altri.

Un urlo disumano e terribile squarciò il silenzio della notte e sbuffando e innalzandosi imponente prese  Mannau con gli artigli e sollevandolo decise di gettarlo dalla grande rupe.

Ma un briciolo forse di pietà aveva  fatto breccia nel duro cuore della Bestia e guardandolo con disprezzo e rinnegandolo decise di scacciarlo dal suo regno.

Gli artigli ferirono gravemente Mannau e il sangue sgorgò copioso bagnando le rocce del recinto.

-         Da ora non sarai più temuto e la gente ti disprezzerà per la tua bruttezza.-

Il giorno dopo prese Mannau e lo condusse giù dalla montagna e voltandogli le spalle lo abbandonò in mezzo alla selva.

La Bestia tornò a chiudersi in se stesso in compagnia del suo odio per tutti gli esseri viventi. La nebbia lo avvolse ancora più fittamente e i raggi della Luna che raramente filtravano fecero crescere là dove il sangue di Mannau aveva bagnato le rocce, stupendi fiori color porpora e uno più bello di tutti crebbe al centro del grande recinto.

La Bestia, per quanto tentasse di calpestarlo e di strapparlo via,  vedeva che ad ogni plenilunio esso rinasceva fra le aspre rocce quale segno indelebile dell’amore di suo figlio.

Intanto Mannau triste, vagò nel bosco per lungo tempo e solo gli animali gli erano vicini.

Raramente incontrava l’uomo e questi quando lo vedeva fuggiva terrorizzato dalla sua bruttezza.

Spesso fu anche cacciato dall’uomo che vedeva in Lui  il male .

Un giorno, osservò nascostamente l’uomo che erigeva una strana costruzione con pietre circolari dove altri anticamente avevano a loro volta costruito luoghi sacri ai loro dei e numerosi si recavano ad elevare le loro preghiere. Ai piedi dell’alta montagne intanto, uomini in catene scavavano la dura roccia per estrarre le pietre per erigere il tempio mentre altri portavano fuori briciole di roccia brillante, proprio come quella che abbondava nell’altipiano  dove abitava suo padre.

Mentre assorto nei  pensieri scrutava la valle del tempio improvvisamente, come dal nulla centinaia di uomini gli furono attorno e con lunghi bastoni appuntiti lo circondarono. Lui urlò e si dimenò, ma erano tanti e organizzati ed alla fine lunghe e forti catene lo legarono saldamente. Era prigioniero. Avrebbero potuto ucciderlo, ma avevano paura della terribile Bestia sulla montagna e temendone l’ira decisero di imprigionarlo. Non avevano però un recinto così grande e sicuro e costruirlo sarebbe occorso  troppo tempo e lavoro. Si decise quindi di chiuderlo in una grotta buia e profonda affinché gli occhi degli uomini non avessero potuto più vederlo e così fu.

 Nella valle adiacente il tempio vi era una grande grotta, buia e profonda dove nessuno si era mai avventurato oltre la prima sala. Mannau fu condotto all’interno e calato in un pozzo nero e profondo e abbandonato.

Gli uomini liberatisi di tanta bruttezza  furono felici a tal punto che cantarono e ballarono per giorni interi.

Dall’alto del cielo, intanto la Bella Luna osservava.

Mannau nel buio profondo pianse per tanta ingiustizia.  Scacciato dal padre e ripudiato dagli uomini. Ma sopratutto abbandonato dalla  sua Luna.

Ma la Luna non lo aveva abbandonato.

 Ella, una sera inviò sulla montagna, dove si apriva la grotta una pioggia di polvere d’oro che, infilandosi negli anfratti più riposti e profondi si fece trasportare dall’acqua e poi come per incanto arrivò dentro la cavità. Lentamente ricoprì le nere concrezioni e il fango  facendole rilucere e riflettere di miliardi di minuti cristalli che come brillanti della più pura specie cominciarono a emettere la propria luce.

Bianche cascate di pietra addobbarono le scure pareti e festoni e baldacchini contribuirono a trasformare quel tetro luogo in un mondo fantastico. Lunghi e imponenti drappeggi ricamati di prezioso trine ornarono le oscure volte  e dal basso imponenti colonne lentamente si sollevarono  come potenti  guardiani.

 Mannau era stordito da tanta luce e da tanta bellezza. Capì che era stata la sua Luna a inviargli questo dono e felice di tanto amore e di tanta magnificenza versò lacrime di gioia. Un pianto da troppo tempo represso, che si era accumulato in mille e mille anni di tristezza e sofferenza per lui e per gli esseri che per colpa del suo cattivo padre essi avevano sofferto.

 Fu un pianto liberatorio, puro. Finalmente Mannau si sentii amato e corrisposto dalla sua incantevole Luna.

 Le sue lacrime di gioia furono così numerose che crearono un immenso lago che tracimando cominciò a scorrere dando vita ad  un grande fiume e alla base della montagna sgorgò all’esterno dando origine una grande sorgente d’acqua pura e cristallina.

 L’uomo  vide il miracolo e capì di avere sbagliato.

Si recarono con tante fiaccole nella grotta per liberare Mannau, ma egli pur perdonandogli, decise di restare in quel mondo così meraviglioso addobbato per lui dalla sua Luna e così scomparve, per sempre, nelle profondità della grotta.

 Ancora oggi, a distanza di mille anni, egli è il padrone assoluto di quei luoghi e nulla potrà mai convincerlo a tornare fuori da quel mondo e si aggira silenzioso godendo di spettacoli unici e irripetibili che mai sguardo umano potrà ammirare.

 

FINE

                                                                                                        By U.S.

 

 

 

Come ogni bella favola che si rispetti, comincia con ....C’era una volta.

 C’era una volta un Vecchio Saggio . Egli, si diceva, avesse molti più anni della stessa montagna in cui viveva. La sua barba era bianca e lunga  e tante e fitte erano le rughe del suo volto che sembrava fosse fatta di corteccia d’albero. Passava le sue giornate a passeggiare per il bosco di cui conosceva ogni angolo. Raramente lo si riusciva a vedere e spesso, scompariva per lungo tempo. Qualche volta si pensò che fosse addirittura morto, ma poi riappariva, quasi all’improvviso spuntando da dietro un albero o lo si vedeva seduto nella sua roccia preferita.  

Chi fosse e da dove venisse nessuno lo sapeva e tante storie erano state raccontate su di Lui, false o vere non si sa, ma esse ebbero l’effetto di rendere quel vecchio ancora più  misterioso. Nessuno conosceva nemmeno il suo nome, ma per tutti oramai era il Vecchio Babay in segno di riverenza e rispetto. Abitava  una capanna vicino ad una vecchissima quercia, e questa, con  i suoi rami contorti ne proteggeva e celava alla vista dei viandanti  quel luogo divenuto quasi sacro. Egli raramente parlava con la gente, ma le poche volte che scambiava qualche parola esse erano imperniate di cortesia e di dolcezza, mentre un’aureola di sapienza quasi risplendeva attorno alla sua figura.

 Non veniva mai al villaggio, nessuno lo aveva mai visto aggirarsi fra le capanne, ma la gente lo amava e spesso gli portava piccoli doni, i cacciatori qualche lepre o pernice e le donne del buon pane caldo, mentre i bimbi amavano ascoltare le sue storie.  Sì, Lui parlava volentieri con i bimbi.

Un giorno di tanti anni fa anch’io per caso mi fermai vicino all’immenso albero. Scrutavo fra i rami nella speranza di vederlo e osai persino avvicinarmi alla porta ma nessun rumore mi rivelò la sua presenza. Solo il fruscio lieve del vento carezzava le foglie che si divertivano a giocare con i raggi di sole, bagnate dalla pioggia caduta la notte precedente.

 Quasi sconsolato e deluso raccolsi il mio arco e feci per andare via e girandomi cozzai improvvisamente contro la sua imponente figura. Spaventato quasi urlai e lui sorrise divertito. Era la prima volta che lo vedevo sorridere. Era la prima volta che lo vedevo. Avevo  13 anni. Sereno, mi raccolse l’arco e le frecce che mi erano cascate e dentro di me allo spavento subentrò la rabbia per essermi lasciato sorprendere. Un cacciatore non deve mai lasciarsi sorprendere! Gridai in silenzio a me stesso. Lui aveva capito il mio stato d’animo e mi mise la mano sulla spalla, poi mi invitò a sedermi sotto l’immensa quercia e offrendomi dell’acqua mi chiese il mio nome.

 Io, risposi prontamente.

 Allora Lui mi disse: - Ora ti racconterò una vecchia storia che quasi era scomparsa dalla mia vecchia testa  e che proprio oggi è riaffiorata dopo tanto tempo. Sai questa non l’ho mai raccontata a nessuno poiché se lo avessi fatto, probabilmente mi avrebbero preso per matto. - Disse ridendo e mettendo  in evidenza quei radi denti che si nascondevano sotto la sua bella e folta barba.

 Me la raccontò  un vecchio che abitò questi luoghi prima di me – continuò Babay – e mi donò anche un disegno che è l’ubicazione di una valle sconosciuta che io non sono riuscito  mai a trovare – sottolineò togliendo da sotto la sua tunica un pezzo di cuoio sbiadito e pieghettato. Riportava sommariamente catene montuose e nomi strani, in una lingua a me sconosciuta . C’era segnato un piccolo fiume e una grotta e indicava perfino un villaggio Flumen major che non avevo mai sentito nominare.

Intanto il vecchio Babay aggiunse : - La storia non credo abbia  un titolo, e se pure lo aveva da tempo era stato dimenticato. Probabilmente lo stesso racconto è frutto di antiche credenze e sciocche fantasie. I luoghi dove essa si svolse sono quasi sicuramente immaginari ed il tempo in cui avvenne  era tanto, tanto tempo fa.

Donandomi la mappa cominciò a raccontare......  

    ra il tempo quando su questa terra ancora non era arrivato l’uomo e i boschi erano così grandi e folti che persino la luce del sole non riusciva a penetrarne le folte e imponenti chiome.

Grandi cervi e imponenti mufloni erano i principi delle alte guglie calcaree che svettavano fuori dall’intricata selva in cerca dei raggi del sole e nelle valli il cinghiale regnava incontrastato rivoltando l’humus fumante dove abbondavano ghiande e radici. Lì scorrevano allegri ruscelli d’acqua sorgiva. L’assordante rumore di migliaia di coloratissimi uccelli riempivano l’aria di canti festosi e là sotto persino il rigido inverno ne veniva mitigato. Verdeggianti valli degradavano dolcemente verso il mare fra cannetti e paludi dove un imponente fiume dopo aver raccolto decine di piccoli ruscelli, gonfio d’acqua e stanco si gettava nel grande mare . Nelle assolate spiagge era facile osservare numerose e schiamazzanti foche monache che, solo all’arrivo dell’imponente aquila fuggivano rifugiandosi nelle grotte marine che si affacciavano numerose dalle ripide scogliere.

 In questa valle immaginaria  regnava la pace. Solo una montagna era sempre immersa nella nebbia e nessuno aveva mai osato salirvi, neppure gli animali del bosco. Durante le notti d’estate una strana luce rossastra brillava sull’altipiano, ma la nebbia era perenne e fitta e nulla trapelava, solo un rosso e inquietante bagliore. Una nebbia avvolgeva tutto, malefica,giacché anche gli alberi che la lambivano erano contorti e rinsecchiti come artigli d’avvoltoio.

 Là abitava Su Estiu: la Grande Bestia.

La montagna su cui risiedeva era alta e imponente e le  pareti calcaree erano ritte e impenetrabili e prima di perdersi nella nebbia perenne sfumavano in un  rossastro colore  forse intrise del sangue delle vittime del terribile Animale. L’antico Uomo che poi più tardi arrivò, l’aveva denominata Corona Arrubia che significa : La Rossa Corona. La Grande Bestia dalle mostruose sembianze era sempre di cattivo umore.  Celava fra le sue fumanti fauci oro e argento estratti dal ventre profondo della montagna di cui egli era il Signore e Padrone incontrastato e lo preservava avido.

 Il suo cattivo umore pare fosse dovuto alla solitudine. Infatti egli era l’ultimo di una grande stirpe di Bestie che da immemore tempo avevano regnato nel mondo. Ora anche Lui volgeva al declino e ad ogni stagione trascorsa egli diventava più cattivo. Sempre più spesso nelle valli si sentiva il suo grugnito e tutti gli animali zittivano terrorizzati e il silenzio calava nel suo regno. Egli stesso aveva costruito, con le sue imponenti zampe il recinto all’interno di cui Egli abitava in vetta alla montagna e solo un unico accesso era stato modellato per accedervi.

 Una sera d’estate però la Grande Luna che da tempo lo osservava ne ebbe compassione e nella speranza di instillare o di risvegliare  nel suo arido cuore una goccia di gioia le inviò un figlio. La Luna, affinché La Bestia lo accettasse pensò di farlo brutto, ma lo fornì di un grande cuore affinché tale bontà potesse risvegliare il sentimento d’amore e di gioia che Ella sperava fosse ancora presente nell’arido cuore. Al figlio le fu dato il nome di Mannau : Grandioso .

La Bestia ne fu ben felice di quell’inatteso dono e lo accettò ben volentieri.  Egli vide nel giovane Mannau la possibilità di proseguire la Sua dinastia e lo istruì insegnandoli le doti del  Comando attraverso il Terrore, lo istruì a non avere pietà facendogli assaporare il gusto ed il piacere nel trasmettere agli esseri inferiori suoi sudditi la paura e l’ orrore affinché ne fossero assoggettati.

In quel lontano tempo era venuto a stabilirsi in quella valle uno strano nuovo animale  che viveva in piccoli branchi e che camminava su due zampe e conosceva il modo di accendere e controllare il fuoco.

Più volte l’animale che camminava eretto aveva tentato di scalare l’alta montagna del suo regno ma la Grande Bestia  lo aveva prontamente scacciato e spesso divorato. L’ uomo cacciava in gruppo e costruiva rifugi circolari fatti di pietra. Anch’egli adorava il sole e la luna, proprio come suo figlio Mannau. La Bestia più volte assalì l’uomo e tentò di scacciarlo dalla valle, ma egli tornava più numeroso e intraprendente. Spesso la Bestia assaliva il villaggio creando morte e distruzione e questo lo faceva sentire grande e potente.

 Tutto ciò cercava di trasmetterlo al figlio. Ma il cuore di Mannau era buono e di fronte al tanto dolore che il Padre seminava con sublime piacere egli si ribellò.

-         Padre ! – disse : - Non è bene ciò che fai e ciò che tu mi insegni. Noi  incutiamo  paura e tutti ti rispettano  solo per questo e non per l’amore che dovresti dimostrare ai tuoi sudditi.

La Bestia rise in modo sarcastico e ribatté:- Noi, figlio, siamo la razza eletta e solo con il terrore puoi controllare coloro che altrimenti avrebbero già invaso il nostro territorio e sicuramente tanti hanno fomentato la nostra fine! La pietà è debole e porta presto alla rovina!

La Bestia dapprima tentò di sottometterlo con la forza e costruì un’altro recinto al di sotto del suo nella speranza che il digiuno e la solitudine lo rendessero mansueto e ubbidiente ai voleri del padre. Mannau però fece amicizia con gli uccelli e con gli alberi e marmotte e cinghiali si rifugiavano nel suo recinto. La Luna intanto stava a guardare. Mannau amava più di ogni cosa la Luna. E quando la sera Lei si innalzava alta nel cielo, la nebbia si diradava sopra di Lui e i suoi raggi lo scaldavano e lo accarezzavano.

 Una notte di plenilunio di tarda estate,la cattiva Bestia spiandolo di nascosto, lo trovò mentre rivolgendosi alla Luna la supplicava dicendo :- Apri il duro cuore di mio padre e fa che egli assapori la grandezza dell’amore per gli altri.

Un urlo disumano e terribile squarciò il silenzio della notte e sbuffando e innalzandosi imponente prese  Mannau con gli artigli e sollevandolo decise di gettarlo dalla grande rupe.

Ma un briciolo forse di pietà aveva  fatto breccia nel duro cuore della Bestia e guardandolo con disprezzo e rinnegandolo decise di scacciarlo dal suo regno.

Gli artigli ferirono gravemente Mannau e il sangue sgorgò copioso bagnando le rocce del recinto.

-         Da ora non sarai più temuto e la gente ti disprezzerà per la tua bruttezza.-

Il giorno dopo prese Mannau e lo condusse giù dalla montagna e voltandogli le spalle lo abbandonò in mezzo alla selva.

La Bestia tornò a chiudersi in se stesso in compagnia del suo odio per tutti gli esseri viventi. La nebbia lo avvolse ancora più fittamente e i raggi della Luna che raramente filtravano fecero crescere là dove il sangue di Mannau aveva bagnato le rocce, stupendi fiori color porpora e uno più bello di tutti crebbe al centro del grande recinto.

La Bestia, per quanto tentasse di calpestarlo e di strapparlo via,  vedeva che ad ogni plenilunio esso rinasceva fra le aspre rocce quale segno indelebile dell’amore di suo figlio.

Intanto Mannau triste, vagò nel bosco per lungo tempo e solo gli animali gli erano vicini.

Raramente incontrava l’uomo e questi quando lo vedeva fuggiva terrorizzato dalla sua bruttezza.

Spesso fu anche cacciato dall’uomo che vedeva in Lui  il male .

Un giorno, osservò nascostamente l’uomo che erigeva una strana costruzione con pietre circolari dove altri anticamente avevano a loro volta costruito luoghi sacri ai loro dei e numerosi si recavano ad elevare le loro preghiere. Ai piedi dell’alta montagne intanto, uomini in catene scavavano la dura roccia per estrarre le pietre per erigere il tempio mentre altri portavano fuori briciole di roccia brillante, proprio come quella che abbondava nell’altipiano  dove abitava suo padre.

Mentre assorto nei  pensieri scrutava la valle del tempio improvvisamente, come dal nulla centinaia di uomini gli furono attorno e con lunghi bastoni appuntiti lo circondarono. Lui urlò e si dimenò, ma erano tanti e organizzati ed alla fine lunghe e forti catene lo legarono saldamente. Era prigioniero. Avrebbero potuto ucciderlo, ma avevano paura della terribile Bestia sulla montagna e temendone l’ira decisero di imprigionarlo. Non avevano però un recinto così grande e sicuro e costruirlo sarebbe occorso  troppo tempo e lavoro. Si decise quindi di chiuderlo in una grotta buia e profonda affinché gli occhi degli uomini non avessero potuto più vederlo e così fu.

 Nella valle adiacente il tempio vi era una grande grotta, buia e profonda dove nessuno si era mai avventurato oltre la prima sala. Mannau fu condotto all’interno e calato in un pozzo nero e profondo e abbandonato.

Gli uomini liberatisi di tanta bruttezza  furono felici a tal punto che cantarono e ballarono per giorni interi.

Dall’alto del cielo, intanto la Bella Luna osservava.

Mannau nel buio profondo pianse per tanta ingiustizia.  Scacciato dal padre e ripudiato dagli uomini. Ma sopratutto abbandonato dalla  sua Luna.

Ma la Luna non lo aveva abbandonato.

 Ella, una sera inviò sulla montagna, dove si apriva la grotta una pioggia di polvere d’oro che, infilandosi negli anfratti più riposti e profondi si fece trasportare dall’acqua e poi come per incanto arrivò dentro la cavità. Lentamente ricoprì le nere concrezioni e il fango  facendole rilucere e riflettere di miliardi di minuti cristalli che come brillanti della più pura specie cominciarono a emettere la propria luce.

Bianche cascate di pietra addobbarono le scure pareti e festoni e baldacchini contribuirono a trasformare quel tetro luogo in un mondo fantastico. Lunghi e imponenti drappeggi ricamati di prezioso trine ornarono le oscure volte  e dal basso imponenti colonne lentamente si sollevarono  come potenti  guardiani.

 Mannau era stordito da tanta luce e da tanta bellezza. Capì che era stata la sua Luna a inviargli questo dono e felice di tanto amore e di tanta magnificenza versò lacrime di gioia. Un pianto da troppo tempo represso, che si era accumulato in mille e mille anni di tristezza e sofferenza per lui e per gli esseri che per colpa del suo cattivo padre essi avevano sofferto.

 Fu un pianto liberatorio, puro. Finalmente Mannau si sentii amato e corrisposto dalla sua incantevole Luna.

 Le sue lacrime di gioia furono così numerose che crearono un immenso lago che tracimando cominciò a scorrere dando vita ad  un grande fiume e alla base della montagna sgorgò all’esterno dando origine una grande sorgente d’acqua pura e cristallina.

 L’uomo  vide il miracolo e capì di avere sbagliato.

Si recarono con tante fiaccole nella grotta per liberare Mannau, ma egli pur perdonandogli, decise di restare in quel mondo così meraviglioso addobbato per lui dalla sua Luna e così scomparve, per sempre, nelle profondità della grotta.

 Ancora oggi, a distanza di mille anni, egli è il padrone assoluto di quei luoghi e nulla potrà mai convincerlo a tornare fuori da quel mondo e si aggira silenzioso godendo di spettacoli unici e irripetibili che mai sguardo umano potrà ammirare.

 

FINE

                                                                                                        By U.S.